“C’est la vie” di Olivier Nakache, Eric Toledano

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Il film racconta di Max: un wedding planner meticoloso e diligente, costretto a tenere le redini, per garantire la riuscita dei festeggiamenti, di una brigata casinista e confusionaria fatta di personalità eterogenee e stridenti. Ognuno pensa ai propri problemi e a se stesso e solo Max sembra aver chiara la visione d’insieme. Sta dunque a lui l’arduo compito di trarre da quell’orchestra scordata il miglior suono possibile e di far sì che ogni parte proceda in accordo con le altre. Ovviamente, nel pieno spirito della farsa, il tutto degenererà in una serie di situazioni assurde e spassose, ma senza impedire all’opera di mantenere una propria struttura ed evitando di farla naufragare in un brodaglia di battute fini a sé stesse.
Il duo francese, che oltre a dirigere il film ne ha anche concepito la sceneggiatura, dimostra invece un’ottima capacità di scrittura, riuscendo in primis a tratteggiare un nutrito numero di personaggi ognuno secondo una personalità ben definita e una precisa caratterizzazione: dall’ex-professore di lettere costretto a lavorare come cameriere a seguito di una crisi depressiva, ma ancora fissato con la grammatica e con la letteratura francese, al cantante-animatore megalomane ostinato nel cantare hit spagnole senza conoscere la lingua, fino ad arrivare al fotografo costretto ad assistere al declino della proprio professione in seguito all’avvento degli smartphone. Ma l’abilità di Toledano e Nakache sta soprattutto nel far incontrare questi caratteri e nel registrarne il risultato, nel farli muovere sulla stessa scacchiera e nel prevedere l’esito (disastroso) della partita. La conseguenza è un climax di imprevisti e di incomprensioni nel quale il ritmo comico è mantenuto alla perfezione fino al gran finale, con tanto di fuochi artificiali.

In tutto ciò assistiamo alla corsa affannosa di Max nel tentativo di risolvere ogni contrattempo e di far in qualche modo quadrare il cerchio. Ma quel circolo vizioso di situazioni disperate e di risoluzioni precarie, di corse contro il tempo e di angosce sospese, in fondo, c’est la vie! (e per una volta il titolo italiano sembra più azzeccato dell’originale: “Le Sens de la Fête”). Non è altro, dunque, che una piccola metafora della vita stessa, di un gioco affannoso e concitato a cui tutti siamo invitati, in cui ognuno è chiamato a impiegare le proprie energie, a sforzarsi di andare d’accordo con il prossimo, a dare il proprio meglio per far tornare i conti, a sudare e a correre in lungo e in largo senza tregua. Ma soprattutto è quello stesso gioco nel quale un sorriso fa fare il doppio di strada di un brontolio; è lo stesso gioco nel quale la commedia, da lungo tempo, cerca di guardare al lato luminoso delle cose, nella convinzione che anche nella peggiore delle situazioni si nasconda una parte di ilarità e che sia conveniente fischiettarci sopra allegramente, farsi due risate e passare al prossimo sketch, fedele in questo al suo inno: “Always look on the bright side of life!”.

di Eugenio Radin

Posted on 05/02/2019 in Recensioni film

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