Il valore dell’educazione

Io credo che nel mondo dell’informazione, nel mondo dell’informatica che oggi ci domina – e che non possiamo negare: è lì, è una forma della nostra cultura – sussista il pericolo di trasformare il sapere in mera informazione, la conoscenza in mera informazione. Eppure, ciò che caratterizza l’uomo non è tanto il sapere e la quantità di informazioni che può avere – a questo scopo esistono già i cervelli elettronici, i computer – quanto il pensare, la possibilità di pensare, la possibilità di rinnovare il suo sapere, di rivederlo, di ricrearlo.

E in una cultura come la nostra, trasformare l’educazione in istruzione significa trasformare gli individui in cumuli, in piccoli nuclei di piccoli saperi assolutamente parziali, senza collegamento con gli altri saperi e con i saperi della realtà totale e con il significato profondo di questi microsaperi. Stiamo perciò trasformando il mondo in piccole oasi di solitudine: sabbie infinite e solitudini infinite. Anche in Spagna si parlava un tempo di Ministero della Pubblica Istruzione: oggi si chiama Ministero dell’Educazione e della Scienza, abbiamo conservato l’educazione, la parola, se non altro.

Ma se continuiamo così, temo che la parola educazione farà la fine delle altre a cui mi riferivo prima: che si cristallizzi, si incartapecorisca, si solidifichi e diventi priva di alcun significato. Perciò credo sia importante coltivare il pensiero. E nell’educazione oggi, nel rapporto fra i professori e gli studenti, nell’organizzazione della scuola, e anche nel mondo dell’informatica e in quello dell’informazione, va stimolato come non mai, guardando al futuro, il pensiero: il pensiero libero, il pensiero che crea il rinnovamento intellettuale. Altrimenti, e magari mi sbagliassi – non sono nessuno per dirlo – credo che siamo condannati a un inaridimento, all’esaurimento del nostro orizzonte di possibilità; credo che saremo condannati a questi piccoli saperi particolari, senza il sapere, senza la conoscenza che li incastona.

Per questo oggi la filosofia – nonostante i molti problemi che il pensiero filosofico ha nel mondo contemporaneo, nonostante tante volte si sia chiesto: “a che cosa serve la filosofia?” – deve porci questi problemi e definire un orizzonte verso il quale proiettarli: l’orizzonte umanista. Non mi vergogno ad usare questa parola, come ho detto, tanto deteriorata. Ma è una parola che discende anche dalla miglior tradizione filosofica greca, da quella tradizione che faceva dire ad Aristotele: “non mi interessa tanto sapere che cos’è la bontà, mi interessa che siamo buoni”, ossia, mi interessa che creiamo delle istituzioni, degli spazi pubblici dove la bontà – per usare adesso questo termine – dove lo sviluppo dell’individuo siano possibili, siano realizzabili.

di Emilio Lledò

Posted in Comunicazione e teamworking, Letture

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