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“I due presidenti” di Richard Loncraine


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In principio era Tony Blair e Gordon Brown, nel televisivo The Deal; nel secondo capitolo The Queen era proprio la Regina Elisabetta II a fare da coprotagonista al primo ministro britannico; l’ultima parte della trilogia firmata da Peter Morgan prende in analisi, sotto forma semi documentaristica la famosa Special Relationship tanto auspicata da Churchill e punto di partenza per quella che sarebbe divenuta l’unione politica e privata tra Blair e Clinton. Siamo nella metà degli anni 90, un giovane ed appassionato Tony Blair sta per fare il suo ingresso sulla scena politica del Regno Unito e di tutto il mondo. La verve e la reale voglia di apportare cambiamenti positivi al panorama legislativo mondiale, ben si sposano con le ideologie del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Entrambi di centro sinistra e spinti da una forte convinzione nei rispettivi mezzi, i due leader instaurano un rapporto che va oltre la stima politica. Ma lo scandalo Lewinsky prima e l’imminente problematica Kosovo poi, minano la solida relazione speciale USA/UK, fino al congelamento dei rapporti delle due figure politiche, in un nuovo scenario che non li vuole più solidi compagni pronti a difendersi.

“I veri nemici ti pugnalano in faccia” scriveva Oscar Wilde, e la storia politica recente dei rapporti tra America e Gran Bretagna e dei rispettivi leader, sembrerebbe convalidare questa ipotesi. Diretto da Richard Loncraine, nel film traspare subito la sua formazione prettamente televisiva. Se i primi due capitoli della trilogia dedicata al laburista Premier britannico erano stati affidati a Stephen Frears, lo scarto stilistico non poteva non farsi notare. Nonostante questo, la HBOFilms e la BBCFilms, dimostrano ancora una volta di poter confezionare pellicole dall’altissimo valore formale e contenutistico, che nulla hanno da invidiare alle grandi produzioni delle Majors. The Special Relationship analizza la vita politica e privata dell’uomo che ha portato per ben tre volte consecutive il partito laburista britannico alla vittoria, della particolare intesa instaurata con Bill Clinton e, sullo sfondo, di due donne che hanno influenzato e appoggiato da vere first ladies il cammino dei rispettivi mariti. La fascinazione che il giovane Blair subisce per il presidente americano esula dai rituali scambi di approvazione politica, e l’amicizia che si insatura sembra essere realmente alla base della formazione professionale del giovane laburista. Clinton, entusiasta per la forza dirompente del secondo più giovane premier della storia del Regno unito, cerca di elargire consigli, traendo forza vitale anche per la sua stessa vita politica e mediatica. L’unione, i rapporti che legano queste due grandi potenze mondiali, si fondano principalmente sulla forza di collaborazione di queste due figure carismatiche. Il sodalizio è talmente forte che neanche lo scandalo Lewinsky mina le solide radici di intesa. L’amicizia che lega i due presidenti è tale da coinvolgere entrambe le famiglie e anche due donne apparentemente così diverse come Hilary e Cherie, diventano l’una per l’altra preziose confidenti. Ma la storia e le successive evoluzioni diplomatiche nel panorama balcanico (con la guerra nel Kosovo), creano una frattura insanabile tra i due rappresentanti, tale da ridurre il tutto a sterili adempimenti meramente politici.

La sfera privata  lentamente cessa di essere parte fondante del rapporto, e nel periodo di maggiore conflittualità ideologica, Blair non può far altro che abbandonare l’amicizia a fronte di una relazione speciale, costitutiva dei rapporti America/Gran Bretagna, che continuerebbe anche dopo il governo Clinton. Il film fonda la sua attrattiva principale nell’unione abile di elementi storicamente riscontrabili, ed aneddoti che riguardano le rispettive vite private dei due Presidenti. Ad interpretare Blair, ancora una volta Michael Sheen, mentre nella parte di Clinton, un discutibile Dennis Quaid, che esasperando la sua interpretazione, rischia di cadere troppo spesso nel caricaturale alquanto banale e stereotipato.

Alberto Guarino

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