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“Tucker, un uomo e il suo sogno” di Francis Ford Coppola


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E’ il sogno nel cassetto che Francis Coppola realizza dentro una decade di alti e bassi sia sul piano professionale che su quello personale: prima il fiasco gigantesco del “primo” sogno, Un sogno lungo un giorno (1981), poi l’umile ripresa con I ragazzi della 56ma strada e Rusty il selvaggio (1983), poi il meno traumatico passo falso di Cotton Club (1984) e infine la rinascita dolce di Peggy Sue si è sposata (1986) e quella amara di Giardini di pietra (1987; durante le riprese gli è morto il figlio 23enne Giancarlo). Ma il barbuto di Detroit riesce a fare finalmente il suo film, e rimane a casa propria raccontando un pezzo di vita del mitico Preston Tucker, costruttore di automobili che nel 1948 si inimiccò le grandi case produttrici per aver realizzato una macchina rivoluzionaria, la Tucker appunto, modello più veloce, più comodo e meno ingombrante dei giganteschi carrozzoni dell’epoca. Tucker, sostenuto dall’unitissima famiglia, finirà processato per aver copiato alcuni pezzi di altri modelli, ma durante il dibattimento si scoprirà che in realtà non c’era alcun dolo, alzi l’innovazione e la creatività saranno al contrario dei punti in favore per il costruttore, cosicché verrà giudicato non colpevole. Ma i grandi produttori saranno riusciti se non altro a tagliargli le gambe in senso economico, e dell’impresa fallita di Tucker rimarranno solo cinquanta pezzi già realizzati che sono oggi un preziosissimo modello da collezione. Prodotto da George Lucas, il film combina una storia ben reale con deliziosissimi effetti speciali (come aver sovrapposto due personaggi che si parlano al telefono uno in primo e l’altro in primissimo piano invece di tagliare lo schermo in due) retti dalla luminosa fotografia di Vittorio Storaro, ed è una scommessa vinta anche sul piano economico: l’autore di Guerre stellari lo ha finanziato indipendentemente accettando ogni rischio. Anche per lui, evidentemente, valeva la pena onorare la memoria di quest’uomo con molto talento e poca fortuna. Preston Tucker non incarna tanto il sogno americano, quanto l’innovazione a prescindere dalle possibilità pratiche di realizzazione.
Tucker è manieristico quanto vogliamo, ma prendendo qua e là per una realizzazione innovativa commettiamo un delitto? Si capisce benissimo, che la denuncia della Ford e compagnia bella mirava solo a toglier di mezzo la sua potenziale concorrenza. Che il film di Coppola sia anche una sorta di impegno alla lealtà? Forse, ma crediamo che in realtà fosse una soddisfazione personalissima da levarsi. Tucker era il suo idolo di sempre (il regista, nel ’48 aveva nove anni) e averne fatto un film è certamente il raggiungimento personale dell’apice. Anche se noi guardiamo ad Apocalypse Now come sua miglior espressione, quest’opera più che matura va considerata con occhio attento pur non pretendendo troppo sul piano artistico.

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