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“Uomini di Dio” di Xavier Beauvois


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Non stupisce che Uomini di Dio del regista Xavier Beauvois abbia suscitato un enorme successo di critica e di pubblico in Francia, tanto da essere candidato all’oscar per il miglior film straniero. Delicato e lucido, capace di sollevare dubbi e interrogativi profondi sul valore della vita e sul significato della vocazione monastica, Uomini di Dio è un’opera densa e significativa.

Protagonisti del film sono un gruppo di monaci trappisti che abitano un monastero in Algeria, vivendo in armonia con la popolazione locale. Tutto precipita quando lo spettro del terrorismo islamico comincia a scuotere la regione, mietendo vittime soprattutto fra la popolazione straniera. La piccola comunità dei monaci si trasforma allora in un possibile, e quanto mai probabile, bersaglio di un’azione terroristica. Dalla Francia e dallo stesso governo di Algeri si moltiplicano le sollecitazioni per spingere padre Christian (Lambert Wilson) e i suoi confratelli ad abbandonare il monastero e far ritorno in patria. Cosa fare? Restare o lasciare tutto e partire?

Questo è l’interrogativo che anima Uomini di Dio e che spinge i monaci a riflessioni e votazioni per decidere del loro destino. Interrogativo non da poco e che solleva numerose questioni: la fede, prima di tutto, ma anche la fiducia che la popolazione del villaggio ripone nei monaci. “Noi siamo gli uccelli, ma voi siete il ramo su cui gli uccelli si posano” così una delle donne algerine sintetizza il ruolo che la comunità dei monaci ha ormai assunto per loro: non solo un sostegno, ma il vero perno della vita intorno al monastero. Se la tentazione di abbandonare l’Algeria è forte, è egualmente grande nei monaci la consapevolezza di aver lasciato la vita come la conoscevano in Francia, in seno alle rispettive famiglie e di aver intrapreso un cammino che sentono di dover proseguire.

Ciascuno dei monaci ha però le sue paure, non sono infatti degli eroi ma degli uomini che temono per la loro vita e che, come tutti gli uomini, non vogliono morire. Persino padre Christian, dapprima determinato a rifiutare la protezione dell’esercito, è scosso da dubbi. La bellezza di Uomini di Dio è proprio in questo continuo rapportarsi dell’individuo con i proprio timori personali, ma anche con il senso che ogni individuo ha all’interno di una comunità e del mondo. Le riflessioni vengono allora sviluppate tanto in un contesto sociale, in una sorta di consiglio dei monaci, che nella solitudine del proprio intimo. Ma anche in questa solitudine c’è sempre un interlocutore che si tratti della natura, dei bellissimi paesaggi dell’Atlante nei quali l’anima può ritrovare la calma e ascoltare sé stessa, o del divino.

La fede è l’altra questione dibattuta dal film. Il sostegno della fede è sufficiente a far sopportare non tanto la morte, quanto l’angoscia di questa? La fede chiede veramente di offrirsi alla “grazia del martirio”? La risposta dei monaci è sottile; no, la fede, Dio non desiderano la morte dell’uomo e l’uomo, anche il monaco che ha donato la vita al Signore e all’assistenza del più debole, non deve cercare la morte perché sarebbe una bestemmia nei confronti della bellezza della vita. Ecco che qualsiasi rischio di fare di padre Christian e dei suoi compagni degli eroi si sgretola. Bisogna invece accettare l’idea della morte, senza però cercarla, sapendo che quello che si lascia sono le dolcezze della vita.

Questo a mio avviso è il senso di una delle ultime scene di Uomini di Dio quando, in una specie di ultima cena, i monaci festeggiano bevendo del vino e ascoltando della musica. La scelta della musica, il famoso brano La morte del Cigno sembra dapprima strano, perchè evoca immancabilmente l’immagine di una ballerina che poco ha a che fare con un ambito monacale, ma poi chiarisce la sua funzione: rappresenta la bellezza nella sua drammaticità, la sensazione struggente che si prova nel dire addio alla bellezza della vita, nell’accettare la possibilità di morire.

Luca Rossi

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