Chi ha ragione?
Seneca che disse: «La fortuna non esiste: esiste solo il momento in cui il talento incontra l’opportunità», oppure Diogene: «Preferisco avere una goccia di fortuna che una botte di saggezza»?
Donald Trump: «Tutto nella vita è fortuna» o Raymond Smullyan «La superstizione porta sfortuna»?
L’Italia è un paese in mano all’irrazionalità più diffusa: ne sono testimoni migliaia di giovani che per il lavoro si affidano alle raccomandazioni o sperano nella buona sorte. È anche uno dei primi paesi al mondo per spesa pro-capite nel gioco d’azzardo, e uno di quelli che più si affida a maghi, stregoni e falsi medici.
Tutti nella convinzione che la fortuna, la iella e il destino valgano più della competenza, del lavoro e delle capacità individuali.
E noi? La nostra determinazione, le nostre capacità, la nostra voglia di fare: quanto contano?
Per avere successo – nella vita, in amore e sul lavoro – qual è il ruolo della iella, del destino e della consapevolezza dei nostri limiti e dei nostri pregi? Come volgere a nostro favore i doni della bendata?
Tre punti di vista – psicologico, economico e sociale – guidano il lettore in un’analisi brillante e leggera di un fenomeno drammaticamente diffuso.
Perché la vita non è una questione di avere delle buone carte, ma di giocare bene una mano che forse, in partenza, si presenta scarsa…

