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Il pericolo del potere


Essere in possesso di un potere che non è definito da una responsabilità morale e non controllato da un profondo rispetto della persona, significa distruzione dell’umano in senso assoluto. L’antichità era consapevole di questo pericolo, vedeva la grandezza dell’uomo, ma vedeva anche che, con tutta la sua forza, egli è assai vulnerabile e che la sua esistenza dipende dalla sua capacità di mantenere misura ed equilibrio. Per Platone il tiranno, cioè colui che detiene il potere e  non è vincolato dalla venerazione per gli dèi e dal rispetto della legge, era figura della perdizione… il tempo moderno ha sempre più disimparato questa sapienza. Ciò che in esso avviene, questa negazione di ogni norma che stia al di sopra dell’uomo, questo considerare il potere come autonomo e definirne l’uso sulla base dell’interesse politico o dell’utilità tecnico-economica, non ha precedenti nella storia. Non intendiamo parlare solo di chi occupa posizioni-chiave nella politica interna ed esterna e nella direzione economica, ma di chiunque ha “potere”; di chiunque è in grado di decidere, di comandare, di far lavorare degli uomini, di provocare degli effetti, di creare delle condizioni, per parlare un linguaggio biblico di “esercitare un dominio”. Far questo è essere simili al Signore del mondo; qui si origina la grandezza dell’uomo. Ma già nel secondo capitolo di questo scritto, abbiamo cercato di mostrare che tutto il nesso fra forza e direzione, fra energia e misura, fra impulso ed ordine è profondamente sconvolto nell’uomo; grande è il pericolo di sovranità, il comando con l’asservimento, la giustizia obiettiva con l’interesse, l’azione autentica, vasta e duratura, con il successo ed è un pericolo che cresce nella misura in cu vengono meno i legami con la norma morale e l’elevatezza religiosa. Sempre più minacciosa diviene la perversione del potere e con essa la perversione della stessa natura umana. Poiché non c’è azione che si esaurisca nel suo oggetto, sia esso una cosa o una persona, ogni azione afferra anche colui che la compie. E’ una terribile illusione pensare che l’azione rimanga “al di fuori” di chi agisce, poiché in verità quell’azione penetra anche in lui, anzi in lui stesso prima che nell’oggetto del suo agire. In verità egli “diviene” continuamente ciò che egli “fa”: ciascuno, dal capo responsabile dello Stato, al dirigente di un ufficio o alla donna di casa, dallo scienziato al tecnico, dall’artista al contadino… Perciò, se l’uso del potere continua a svilupparsi lungo le linee indicate, non si può prevedere che cosa avverrà in chi usa del potere: distruzioni morali e rovine spirituali di natura sconosciuta.

Romano Guardini – LA FINE

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