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La fortuna non può farci né bene né male


Non credete che la felicità dell’uomo possa dipendere dal benessere materiale. La soddisfazione che deriva dai beni esterni manca di una solida base: ogni gioia che viene dal di fuori se ne andrà; ma quella che l’uomo trae dal proprio intimo è sicura e salda; essa cresce e ci accompagna fino alla morte. Tutti gli altri beni, tanto ammirati dal volgo, sono effimeri. “E che? Non possono essere utili e piacevoli?” Chi dice di no? Ma a condizione che essi dipendano interamente da noi, e non noi da essi. Tutti i beni che derivano dalla fortuna possono procurare gioia e utilità solo se il suo possessore è anche padrone di sé e non è schiavo delle sue cose. Erra, o Lucilio, chi attribuisce alla fortuna il potere di farci del bene o del male. Essa fornisce solo la materia dei nostri beni e dei nostri mali; ci dà gli elementi di ciò che si svilupperà in noi sotto forma di male o di bene. L’anima è ben più forte della fortuna; è lei a dirigere le cose in un senso o nell’altro; è lei la causa della sua felicità o della sua infelicità.

Se è cattiva, volge tutto in male, anche ciò che le era apparso il più gran bene; se è retta e sana, corregge i mali della fortuna, ne raddolcisce e sa tollerarne le asprezze, accettando con gratitudine e con moderazione la prosperità, con fermezza e coraggio le disgrazie. Ma, per quanto essa sia saggia, per quanto agisca sempre dopo maturo esame, per quanto stia attenta a non tentare niente al di sopra delle sue forze, non otterrà quel bene

inalterabile e sicuro da ogni minaccia se non avrà da opporre ben salda la sua certezza all’incertezza delle cose. Sia che tu voglia osservare gli altri, le cui vicende riusciamo a giudicare più liberamente, sia che voglia osservare te stesso con ogni imparzialità, comprenderai e confesserai che in tutti gli oggetti desiderabili e cari non c’è alcuna utilità se non ti sei premunito contro l’incostanza della sorte e degli eventi che ne seguono; se, in tutte le traversie, non sei pronto a ripetere senza lamenti: “Gli dèi hanno disposto diversamente”. Anzi, ti voglio suggerire una formula più efficace e più giusta per sostenere meglio il tuo spirito. Tutte le volte che l’evento sarà contrario alla tua attesa, dì: “Gli dèi hanno disposto meglio”. A chi si trova in tale condizione di spirito nessun male fa paura. E arriviamo a tale condizione quando siamo capaci di raffigurarci tutte le possibili vicissitudini umane prima di subirne gli effetti; quando, pur avendo figli, moglie e patrimonio, siamo convinti che non potremo averli sempre e che, se ci sfuggono, non diventeremo più infelici. Ma è ben miserabile l’anima ansiosa dal timore di non poter conservare fino all’ultimo le cose che ama. Ella non avrà mai pace e l’attesa del futuro le toglierà anche il godimento del presente. E, invero, il dolore per i beni perduti o il timore di perderli sono sentimenti equivalenti. Ma non devi credere che io ti consigli l’indifferenza. Evita pure i mali più temibili. Provvedi con saggezza a tutto ciò a cui si può provvedere; qualunque sia il pericolo che ti minaccia, cerca di prevederlo e di sventarlo prima che ti colpisca. Ti gioverà molto a questo scopo la fiducia e il fermo

proposito di tutto sopportare. Può guardarsi dalla fortuna chi sa affrontarla: in un animo sereno tutte le difficoltà si appianano. Non v’è infelicità, né stoltezza maggiore di un timore intempestivo.

Com’è folle questo desiderio di prevenire i propri mali! Infine, per esporre brevemente il mio pensiero, ti parlerò di quegli uomini che si affaticano a tormentarsi, che non hanno il senso della misura, sia prima che durante le sventure. Chi si duole prima che sia necessario, si duole più del necessario. Per quella stessa debolezza per cui non sa aspettare il dolore, non sa neppure valutarne l’entità. Con la stessa mancanza di moderazione egli s’illude che la sua prosperità sia stabile, che i beni a lui toccati non solo siano duraturi, ma crescano; e, dimenticando la volubilità a cui soggiacciono le cose umane, a sé solo promette una stabile fortuna. Perciò, a mio avviso, è molto efficace l’espressione usata da Metrodoro nella lettera per consolare la sorella che aveva perduto un figlio di belle speranze: “Ogni bene dai mortali è mortale”. Egli parla di quei beni bramati dai più. Ma il vero bene che non muore, stabile ed eterno, è costituito dalla saggezza e dalla virtù: questo bene è l’unica cosa immortale avuta in sorte dai mortali. Eppure essi sono così insensati e dimenticano tanto facilmente il destino mortale verso cui sono spinti giorno per giorno, che si meravigliano se perdono qualcosa, quando un giorno dovranno perdere tutto. Qualunque sia l’oggetto di cui sei riconosciuto padrone, esso è accanto a te, ma non è tuo. Non vi può essere nulla di stabile per chi è instabile; niente di eterno e di durevole per chi è fragile. È inevitabile la morte, come è inevitabile la perdita dei beni; anzi, a ben comprendere, questo è motivo di conforto. Sappi abbandonare tutto serenamente, poiché devi morire.

Che faremo, dunque, di fronte alla perdita dei beni? Ci ricorderemo di essi e impediremo che con essi vadano perduti anche i frutti che ne abbiamo ricavato. Se ci è tolto il possesso, non può esserci tolto il ricordo di esso.

È veramente ingrato chi, dopo aver perduto una cosa, non si considera in debito per averla posseduta. Il caso anche quando ci toglie una cosa, ci lascia tuttavia quei vantaggi che la cosa ci ha dato; ma noi, con i nostri ingiusti rimpianti, perdiamo anche quei vantaggi.

Seneca
da “Lettere a Lucilio”

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